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domenica 19 febbraio 2017
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 L'ANSA ci perdoni se per una volta usiamo una sua foto, che comunque ha fatto il giro del mondo. Di solito una rivista militare non si dovrebbe occupare di religione, ma invece ricordo quanto siano simili gli ordinamenti militari e quelli ecclesiastici: gerarchia, disciplina, obbedienza al capo, collaborazione tra ufficiali di SM, in più la fiducia che gli uomini ripongono nell’organizzazione autocratica. Perché la subordinazione, anche quella non richiesta, sottintende nel profondo una fiducia negli organismi superiori e una razionale gestione della realtà e dei suoi cambiamenti. Proviamo pertanto ad analizzare quanto accaduto in Vaticano come se fosse un ufficio di SM. Cosa è successo e dove è il perno della crisi di comando? Risposta: nel rapporto tra comandante e ufficiali superiori. Il comandante supremo non è riuscito a mediare con la sua autorità ed energia i contrasti e le lotte di potere dei suoi ufficiali di SM, quelli che dovrebbero essere i più stretti collaboratori e invece non si sono dimostrati all’altezza della situazione, divisi da ambizioni  e rivalità di lunga data. In quei casi possono essere gli ufficiali a sfiduciare il Capo (è successo tante volte nella storia anche recente), mentre più raro è l’abbandono di campo da parte del Comandante. Si è parlato testualmente di atto di grande coraggio e responsabilità, ma – tanto per rimanere in Italia – nessuno ha usato queste parole l’8 settembre del 1943, quando il Re ha mollato tutto. Infatti la conseguenza più immediata non è tanto la crisi nella struttura di SM, ma lo sbando di tutti gli altri che, in posizione subordinata o del tutto dipendente, si ritrovano da un momento all’altro senza bussola. Nel caso della Chiesa, milioni di fedeli sono ora smarriti e – dettaglio paradossale – a rimanere a metà sarà la pubblicazione proprio dell’enciclica sulla Fede!.

Poteva essere risolta meglio la situazione? Si, a patto di averne le risorse. In questo caso il comandante era vecchio e stanco e privo dell’esperienza necessaria per gestire i suoi uomini. Gli è poi mancato soprattutto un nucleo di fidati collaboratori da lui cresciuti e imposti sul luogo. Cito in questo senso Rommel, anche lui tedesco fra gli italiani. Anche se in Africa formalmente dipendeva dal Comando italiano, ne era invece fin troppo indipendente. Ma si era portato dalla Germania il suo SM, che rispondeva esclusivamente a lui. Estendendo il parallelo, ricordiamo che papa Wojtila – gran politico - ha inserito in Curia i suoi prelati polacchi, ostili alle abitudini nostrane e ai nostri machiavellismi e soprattutto collaboratori fedeli al Capo. Qui invece si è visto che i colpi bassi sono partiti proprio dall’interno dell’organizzazione



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