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mercoledì 17 settembre 2014
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SIMBOLI DI GUERRA E INTERNET PDF Stampa E-mail

SIMBOLI DI GUERRA E INTERNET

Al di là di un giudizio morale, le ultime immagini dall’Iraq e dintorni hanno un fortissimo valore simbolico. Parlo di due immagini assolutamente emblematiche: la soldatessa americana che porta al guinzaglio l’iracheno nudo e il cittadino americano decapitato. In entrambe le immagini c’è un palese intento esibizionistico e nulla è stato fatto di nascosto: anche quella che si riteneva una bravata da caserma si è rivelata invece una tessera di un sistema di potere generalizzato e tollerato, se non addirittura incoraggiato. Entrambe le immagini sono forti ed hanno provocato un impatto emotivo difficilmente valutabile oggi, ma sicuramente devastante e duraturo. Ma quello che più sorprende è che anni di cultura dei mezzi di comunicazione di massa abbiano invece generato un tale analfabetismo di ritorno. Come non mettere in conto la possibilità che le stesse immagini, una volta diffuse, abbiano su culture diverse un impatto totalmente diverso e si rivelino un boomerang? Com’è possibile tanta irresponsabilità?

Analizziamo le due serie di immagini. La soldatessa Lynndie è visibilmente soddisfatta, il prigioniero umiliato. Di lei conosciamo le origini e la storia, è una ragazzotta del West Virginia (come dire da noi l’Abruzzo degli anni Trenta) che neanche era assegnata a quel reparto. Poco invece sappiamo dei suoi ufficiali che non hanno voluto o saputo controllare o semplicemente approvavano il Sistema: al Washington Post sono arrivate almeno 12.000 immagini, più i video. Su certa stampa americana la foto è stata addirittura definita femminista: l’ultima vittoria della donna sul maschio padrone? Sicuramente c’è una parte dell’America che approva quella foto o semplicemente non ne prova disgusto, ma per i più quell’immagine rappresenta solo il peggio di noi stessi. Ma se noi ci sentiamo a disagio, un musulmano è più che angosciato: per noi la nudità è ormai quasi normale, ma l’idea che un uomo resti nudo è offensiva per la dignità islamica molto più che per la nostra. Ancora: esser menati a guinzaglio ricorda pure qualcosa a società che hanno praticato ancora in tempi recenti lo schiavismo. Ma soprattutto, che a farlo sia una donna scatena nel cervello di un maschio islamico un’angoscia di castrazione difficilmente valutabile con i nostri parametri culturali. Ricordo ancora nel 1991 alla Mostra del cinema di Venezia l’impatto emotivo che ebbe sul pubblico islamico un documentario sull’addestramento delle soldatesse americane. La sola idea che una donna invece che debole e sottomessa facesse invece la guerra era per loro uno shock. Per questo è facile dire con certezza che la soldatessa Lynndie incomberà come uno spettro per gli anni a venire in entrambe le culture, sia pure con motivazioni diverse.

E passiamo invece alla decapitazione del cittadino americano, pendant di un’analoga esecuzione di un russo a colpi di ascia. Trovo emblematico che Al-Jazeera, in genere così generosa di foto di civili uccisi dagli alleati, non abbia voluto divulgare il video che invece abbiamo recuperato via internet da altri siti, come non ha divulgato le immagini dell’esecuzione del nostro cittadino italiano. Ma chi ha visto quel video, prima ancora di inorridire, si è meravigliato di come si taglia una testa con la scimitarra. Normale: quello che viene mostrato sulla pubblica piazza nello Yemen o in Arabia Saudita è per noi un’esperienza di cui si è persa anche la memoria. Ma chi ha tagliato quella testa non si è sentito un barbaro, anzi è fiero di quello che ha fatto. Si è fatto riprendere proprio perché quell’immagine venga diffusa in un ambiente per lui è ricettivo. Ma esattamente come la soldatessa Lynndie, la corda se l’è fabbricata da solo.

Infine un’ultima considerazione: la centralità raggiunta da Internet. I giornali e le televisioni di entrambe le parti hanno cercato di censurare le immagini per loro controproducenti, ma chi ha voluto e saputo cercare in rete le immagini proibite o tremende lo ha fatto senza troppa fatica, rimbalzate com’erano da un sito all’altro senza che partissero denunce dal Garante. Ma siamo appena agli inizi.

Marco Pasquali
14 maggio 2004

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