 Traduzione di Enrico FLETZER
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Tutti ricordiamo la curiosa foto scattata nel
carcere di Abu Ghraib nel 2004, dove si vede un uomo incappucciato, vestito con
un saio, a braccia tese collegate ad elettrodi. Ebbene, dopo la lettura del
libro che ho sottomano è difficile pensare alla bravata del soldato cretino: è
invece perfettamente in linea con gli insegnamenti sulla deprivazione sensoriale e sul dolore autoinflitto. Sto parlando del
libro di Alfred McCoy, Una questione di
tortura (Roma, Edizioni Socrates, 2008), che negli Stati Uniti ha suscitato
polemiche furiose. E a ragione: per anni il governo americano ha incoraggiato
tramite la CIA iniziative che invece avrebbe dovuto vietare. Dopo una breve
storia della tortura e della sua riconosciuta inutilità (ma l’autore ignora
Cesare Beccaria!), si analizzano le tecniche storicamente usate da nazisti,
stalinisti e comunisti cinesi, dal pestaggio allo hsi nao (lavaggio del cervello). Tutto
questo fu oggetto di studi durante la Guerra e soprattutto nel corso della
Guerra Fredda, epoca in cui la psicologia fu militarizzata e studiosi come Hebb
o Gottlieb stavano quasi per prendere il Nobel invece di meritarsi se non la
galera, almeno il trattamento che stavano studiando per gli altri e sugli altri. In sostanza, studiando la
psicologia umana si arrivò a conclusioni relativamente semplici: il dolore
fisico si sopporta, ma unito alla pressione psicologica smonta la personalità
dell’individuo, non abituato ad un ambiente sensoriale mutevole o sterilizzato.
In più, la scoperta che quei sistemi potevano essere usati da persone normali. E
qui viene in mente Briganti, quel
geniale film di Otar Iosseliani (1996) [1]. Prodotti in modo autonomo dalle università americane o commissionati
dalla CIA, tutti questi studi sarebbero infine confluiti nel Kubark Counterintelligence
Interrogation, il manuale sulle tecniche di interrogatorio più diffuso
[2], presto tradotto e distribuito soprattutto in Sudamerica e ovunque si
dovesse contrastare l’avanzata dei comunisti, che si riteneva usassero tecniche
simili. In realtà certe pratiche erano possibili solo dove un governo
autoritario le autorizzava: le Filippine di Marcos, il Vietnam del Sud,
l’America centrale, il Brasile, il Cile e altri paesi sudamericani e forse
africani. Usate da un governo democratico si dimostrarono controproducenti, come
nel 1962 nella Battaglia di Algeri, quando i francesi del gen. Massu usarono
nella repressione della guerriglia mezzi forse efficaci, ma inaccettabili
dall’opinione pubblica nazionale. Il c.d. programma Phoenix [3]
fu invece applicabile in Vietnam perché lì la CIA non aveva limitazioni né
controlli. Gestiti in proprio o più spesso attraverso agenti locali addestrati
ad hoc, quel tipo di interrogatori
avrebbe lasciato sul terreno migliaia di morti, buttati praticamente in
discarica. Un decisivo cambiamento di rotta sarebbe avvenuto nel 1993, quando il
governo americano firmò la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura,
dopo che l’anno prima Cheney aveva aperto un’inchiesta sui troppi manuali (un
migliaio in sette edizioni) dati in giro nella traduzione spagnola e spediti addirittura per posta. [4]. Fin troppo facile notare che, crollato il Muro di Berlino, era venuto
meno il motivo di tanto accanimento. Al punto che lo stesso manuale Kubark è
accessibile ora in rete[5]. Purtroppo l’attentato dell’11 settembre 2001 avrebbe di nuovo
modificato la situazione, creando per Guantanamo una situazione giuridica ad hoc, tale da permettere tuttora
pratiche vietate nel territorio federale. In più, le foto sfuggite (o diffuse ad
arte) dal carcere di Abu Ghraib nel 2004 fecero capire a tutti che certe
pratiche non erano soltanto appaltate a polizie più o meno segrete e/o alleate,
ma gestite anche da reparti dell’Esercito regolare. Un capitolo a parte poi
meritano i voli segreti della CIA per trasferire i prigionieri da interrogare:
si sono verificati passaggi di consegna in aeroporti civili europei persino con
agenti travestiti alla Rambo, contro ogni buon senso. Tutto questo viene
documentato dall’autore, che ovviamente non ha avuto il lavoro facile, almeno
negli Stati Uniti. In realtà molto materiale noi italiani lo conoscevamo già;
non parlo della ricca letteratura pubblicata sulle riviste americane di
psicologia sperimentale, accessibile almeno agli specialisti e forse in parte
tradotta anche in italiano, ma alludo a tutta la pubblicistica dei collettivi
politici di sinistra che inondava librerie, bancarelle e manifestazioni
nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta. Pubblicistica faziosa, ma precisa e
puntuale nel documentare gli abusi contro i diritti civili nei paesi dove c’era
guerriglia. Noi europei, se volevamo, su certe cose eravamo un minimo informati,
a differenza degli Stati Uniti, dove persino alcuni senatori democratici a capo
delle commissioni d’inchiesta dimostrano una conoscenza assai scarsa
dell’attività delle istituzioni che avrebbero dovuto controllare. L’autore deve
molto a Seymour Hersh, ben noto - prima ancora per l’inchiesta su Abu Ghraib -
per quella sul massacro di My Lai 4 nel 1969 in Vietnam [6], ma cita p.es. anche Decent
Interval (1978) di Frank Snepp, un ex agente della CIA che descrisse gli
ultimi frenetici mesi della Saigon americana [7]. Stranamente, l’autore sembra invece non conoscere un libro che fu
tradotto anche in italiano, The New
Legions (1967) di Donald
Duncan, memorie di un Berretto Verde istruttore in Vietnam e nauseato del suo
lavoro [8]. Peccato, perché lì c’era una frase indicativa: quando un alleato
SudViet tortura un sospetto Vietcong e poi lo ammazza a sangue freddo, un
sottoufficiale (Duncan stesso?) vomita e l’ufficiale lo riprende: “Ma che fai? Dài, non siamo noi a farlo, sono
loro!”. Questa responsabilità indiretta ha sicuramente evitato a
molti militari e funzionari di finire in tribunale, ma evidentemente non li ha
salvati da squilibri emotivi. Quello che è peggio, la tortura eseguita non da
corpi specializzati ma dai militari comuni (come nelle Filippine o nell’America
centrale e meridionale) si è dimostrata distruttiva della disciplina e della
coesione interna di un esercito: abituati all’impunità, coinvolti in un delirio
di onnipotenza, i soldati addetti alla tortura diventano cinici, arroganti e non
di rado – come nelle Filippine del dittatore Marcos – saranno i primi a fare un
altro colpo di Stato. Infine, al di là della morale, la tortura serve a
qualcosa? Si è visto che alla fine chi crolla non confessa solo la verità, ma
anche quello che l’altro vorrebbe ascoltare. E l’esistenza delle armi di
distruzione di massa di Saddam è stata in effetti “documentata” anche dalle
“confessioni” di alcuni terroristi afghani. Ben venga quindi la traduzione di
questo libro in italiano, se serve a migliorare il mondo
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Una
questione di tortura / Alfred W. McCoy. Roma, ed. Socrates,
2008 |
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NOTE
[1] http://www.cinemedioevo.net/Film/cine_briganti.htm
Nel film in tre quadri - ambientati nella Russia medievale, in quella Stalinista e in quella Russa Mafiosa, nel secondo episodio si vedeva l'assoluta mediocrità dei torturatori e la normalità di routine della loro attività.
[7]
http://www.franksnepp.com/ . Il titolo completo è: Decent Interval: An Insider's
Account of Saigon's Indecent End Told by the Cia's Chief Strategy Analyst in
Vietnam
[8] Donald Duncan, Le nuove
legioni. Milano, Rizzoli, 1968 |